

4 AGOSTO 2010
Celebrazione
75°, 60°, 50°, 25°
anniversari
di Professione Religiosa/
Professioni temporanee
BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE
TORINO
ORE 10.30

Suor Celestina Corna, ispettrice dell’ispettoria piemontese Maria Ausiliatrice (IPI), che in questo momento si trova a Roma, come partecipante al Capitolo Generale XXII, intervistata da suor Paula Langa del Mozambico, risponde ad alcune domande sulla missione educativa salesiana nella terra dei Fondatori, particolarmente toccata, oggi come allora, dal fenomeno dell'immigrazione.
Come vive la città di Torino, il fenomeno della mobilità umana?
Torino da sempre si confronta con il fenomeno della mobilità. Negli ultimi 150 anni ci sono stati migrazioni prima dalle campagne circostanti, poi dal sud d’Italia e ora da tutto il mondo. Tutto ciò ha permesso uno sviluppo socio-economico e ha reso la nostra città un laboratorio di dialogo e di confronto mirato all’integrazione. Anche se ha generato fenomeni di esclusione e di miseria. Come ai tempi di don Bosco, anche oggi, sono più facilmente coinvolti coloro che hanno meno strumenti per adattarsi al nuovo ambiente e vengono considerati più come pericoli che potenziali risorse.
Quali implicanze ha questa realtà nella nostra missione educativa?
In passato la mobilità ha generato il “Sistema Preventivo”, vale a dire che di fronte al negativo associato al fenomeno (ragazzi/e soli/e in situazione di forte rischio e fragilità), Don Bosco e Madre Mazzarello hanno valorizzato il positivo che c’è in ogni singolo giovane per arrivare al cambiamento della società. In un certo senso hanno capovolto il fenomeno della mobilità: si sono mossi loro, in un contesto in cui le Istituzioni erano immobili, perché i ragazzi trovassero uno spazio vitale dove fermarsi e sentirsi a casa. Hanno abitato i “luoghi dei giovani” e hanno creato spazi per loro, cercandoli a Porta Palazzo, lungo le rive della Dora, nel “borgo del fumo”.
Oggi, la mobilità ci pone delle sfide nuove: la multiculturalità, la presenza di religioni diverse, la rapidità degli spostamenti e della comunicazione, i mutamenti repentini degli stili di vita che sembrano non consentire progetti a lungo termine. Questo implica la consapevolezza che per fare proprie queste situazioni occorre “entrarci dentro”, guardarle con occhi buoni, sperimentare l’etica della comprensione. Così potremo vedere gli altri in modo disinteressato, coscienti di non poterci aspettare nessuna reciprocità almeno nella fase iniziale.
Quali sono i passi concreti che l’ispettoria sta effettuando per andare incontro al fenomeno della mobilità umana?
Credo di poter dire che trasversale a tutte le comunità educanti dell’Ispettoria vi è la certezza che le risorse delle persone sono un tesoro da non disperdere e che ogni territorio è “accessibile al bene”. A poco a poco, mi pare si stia facendo strada l’idea che è il confronto che arricchisce, che più diversi si è e più si impara reciprocamente, che la presenza di culture differenti è anche occasione di uscire dalle nostre sicurezze. Concretamente, questo implica spalancare le porte al mondo vivendo la dimensione della reciprocità del dono.
Sembra che l’ispettoria abbia delle esperienze significative al riguardo, quali i contatti, le opere iniziate per rispondere a questa realtà?…
Lasciarsi interpellare dai mutamenti di un territorio, accoglierli come opportunità e non come minaccia, rispondere alle richieste delle Istituzioni, provare a dare voce a chi non riesce a farsi ascoltare, ha fatto nascere in Ispettoria alcune realtà che, pur muovendosi senza rumore, sono diventate punto di riferimento e occasione di confronto su questo tema. Penso alla comunità di Porta Palazzo, nata due anni fa e già inserita molto bene sul territorio con progetti di vario tipo a favore delle donne immigrate; penso al Vides Laurita della Consolata, un’opera che accoglie ragazze madri con i loro bambini; penso alla numerosa comunità peruana che si ritrova quasi quotidianamente, da vent’anni, nella casa Madre Mazzarello, accompagnata per un cammino di integrazione e di formazione; penso al Vides Main. Quest’ultimo opera da circa 20 anni in una grande periferia, la Circoscrizione N°5 di Torino, una delle più problematiche, con incremento continuo di stranieri, di nuclei monogenitoriali, specie femminili, e con il più alto tasso di popolazione giovanile.
È una realtà dove la forte coesione tra la piccola comunità religiosa - che vive in un appartamento delle Case popolari - e la comunità educante porta ad operare ogni giorno scelte di condivisione con chi fa più fatica, ad essere in confronto continuo con le Istituzioni, a scommettere sui giovani anche su quelli che sembrano più lontani. Oltre agli strumenti consueti tipici della tradizione salesiana, ci si avvale dell’educativa di strada.
Dire che al Vides si abita il mondo non è affermazione banale, si possono incontrare volti da tutte le regioni d’Italia, dalla Romania, dall’Albania, dalla Moldavia, dalla ex-Jugoslavia, dall’Egitto, dal Marocco, dalla Tunisia, dal Ghana, dalla Nigeria, dal Perù, dal Brasile, dall’Afganistan. Non è facile, ma grazie allo stile di famiglia e alla passione educativa che il Carisma salesiano ci ha trasmesso e che la testimonianza della comunità religiosa fa sperimentare ai laici collaboratori, le differenze si compongono, diventano risorsa e provano a contagiare il territorio.
Quali sono i risultati attenuti finora?
Il Vides Main è diventato la casa aperta sulla piazza, un luogo cioè dove tutti si sentono accolti, dove il protagonismo dei giovani, da qualsiasi parte del mondo provengano, può trovare voce, un luogo dove trovano spazio anche le sofferenze e le storie pesanti, dove ci sono compagni di viaggio disposti a percorrere un tratto di strada insieme, a cercare soluzioni, a dare speranza. Questi luoghi sono case aperte. Il risultato per me più significativo è che non basta mai lo spazio per accogliere tutti; un risultato è il numero crescente dei collaboratori laici coinvolti in questa impresa educativa di frontiera; un risultato è la passione educativa che si riaccende nei giovani volontari e in tante sorelle che si rendono disponibili o che comunque si dimostrano aperte e capaci di convertirsi all’intercultura; un risultato è anche la stima sempre più evidente che le istituzioni hanno nel metodo educativo di don Bosco e nella capacità della comunità educante di vivere la spiritualità del Sistema preventivo e di tradurlo in prassi educativa.
Quale messaggio vuole lasciarci per accogliere questa realtà?
Il messaggio che vorrei lasciare è un caloroso invito all’accoglienza dell’altro, a superare gli ostacoli che ci impediscono un incontro autentico. Vorrei che tutti potessero sperimentare la gioia evangelica di scoprire che nel bambino, nel giovane, nello straniero, nel povero, nel fratello, o nella sorella, c’è Gesù che ripete anche a noi oggi: “Ogni volta che avete accolto uno di questi piccoli nel mio nome avete accolto me”.
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